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lunedì 1 giugno 2026

Come trasformare le nostre azioni in preghiera

Monaca clarissa>
Dagli scritti di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932).


Essendo la preghiera così efficace mezzo di perfezione, dobbiamo pregare spesso e con insistenza [...]. Ma come mai si può continuamente pregare e attendere nello stesso tempo ai doveri del proprio stato? Non è cosa impossibile? Vedremo che non c'è difficoltà quando si sappia ben ordinare la vita. Per riuscirvi bisogna: 1° praticare un certo numero di esercizi spirituali secondo i doveri del proprio stato; 2° trasformare in preghiera le azioni comuni.

1° Gli esercizi di pietà. Ad alimentare la vita di preghiera bisogna innanzitutto fare alcuni esercizi spirituali il cui numero e la cui lunghezza variano secondo i doveri del proprio stato. Qui parleremo degli esercizi che convengono ai sacerdoti e ai religiosi, lasciando ai direttori la cura d'adattare questo programma ai semplici fedeli.

Tre categorie d'esercizi formano l'anima sacerdotale alla preghiera: la meditazione del mattino, con la santa messa, ci propone l'ideale a cui mirare e ci aiuta a conseguirlo; l'ufficio divino, le pie letture e le divozioni essenziali conservano l'anima nell'abitudine della preghiera; gli esami della sera ci faranno rilevare e riparare i nostri difetti.

A) Gli esercizi del mattino sono qualchecosa di sacro di cui non si può far senza quando si è sacerdoti o religiosi, senza rinunziare al pensiero della propria perfezione. a) Prima di tutto la meditazione, affettuosa conversazione con Dio per richiamare l'ideale che dobbiamo tenere continuamente dinanzi agli occhi e a cui dobbiamo vigorosamente tendere. [...] Dobbiamo quindi metterci alla presenza di Dio, fonte e modello di ogni perfezione, e per venire più al pratico, alla presenza di N. S. Gesù Cristo, che attuò sulla terra questa ideale perfezione e ci meritò la grazia d'imitare le sue virtù. Presentatigli i nostri ossequi, lo attiriamo in noi, entrando nei suoi pensieri con profonde convinzioni sulla virtù speciale che vogliamo praticare e con ardenti preghiere che ci ottengono la grazia di praticar cotesta virtù; e umilmente ma vigorosamente cooperiamo a questa grazia prendendo una generosa risoluzione sulla detta virtù che ci studieremo di mettere in pratica nel corso della giornata. b) La santa messa ci conferma in questa disposizione mettendoci avanti agli occhi, nelle mani, a nostra disposizione, la vittima santa che dobbiamo imitare; e la comunione ce ne fa passar nell'anima i pensieri, i sentimenti, le interne disposizioni, le grazie, il divino spirito che resterà in noi per tutto il giorno. Siamo così pronti per l'azione, quell'azione che, avviata dal suo influsso, non sarà che una continua preghiera.

B) Ma perchè ciò avvenga, occorrono ogni tanto esercizi che rinnovino e stimolino l'unione con Dio. a) Sarà prima di tutto la recita del divino ufficio, che S. Benedetto ottimamente chiama opus divinum, in cui, in unione col grande Religioso del Padre, glorificheremo Dio e gli chiederemo grazie per noi e per tutta la Chiesa; quindi la s. messa, il più importante atto di tutta la giornata. b) Verranno poi le pie letture, letture della S. Scrittura, letture di opere e di vite di Santi, che ci porranno di nuovo in intima relazione con Dio e coi suoi Santi. c) E finalmente le divozioni essenziali che devono alimentar la nostra pietà, vale a dire la visita al SS. Sacramento, che non è in sostanza che un secreto colloquio con Gesù; e la recita del rosario, che ci fa conversare con Maria e riandarne in cuore i misteri e le virtù.

C) Giunta la sera, l'esame generale e particolare, che sarà come una specie di umile e sincera confessione al Sommo Sacerdote, ci mostrerà in che modo abbiamo nella giornata messo in pratica l'ideale concepito al mattino. Vi sarà sempre, purtroppo, una certa diversità tra le nostre risoluzioni e la loro attuazione; ma senza disanimarci, ci rimetteremo coraggiosamente all'opera; e poi in santa confidenza ed abbandono prenderemo un poco di riposo per lavorar meglio il domani.

La confessione settimanale o al più tardi quindicinale, e il ritiro mensile, facendoci dare uno sguardo complessivo a più ampia parte della vita, perfezioneranno questo esame di noi stessi e ci porgeranno occasione di spirituale rinnovamento.

2° Tal è il complesso di esercizi spirituali che non ci lasceranno perdere di vista per notevole tempo la presenza di Dio. Ma che si dovrà fare per colmare il vuoto tra questi vari esercizi e trasformare in preghiera tutte le nostre azioni? S. Agostino e S. Tommaso ci insegnano come scioglere la questione. Il primo ci dice di far della vita, delle azioni, dei negozi, dei pasti, dello stesso sonno, un inno di lode alla gloria di Dio [...] Il secondo poi compendia così il pensiero del primo: "Tamdiu homo orat, quamdiu totam vitam suam in Deum ordinat".

La carità è quella che dirige tutta la nostra vita a Dio. Il mezzo pratico per far così tutte le azioni è di offrirle, prima di cominciarle, alla SS. Trinità, in unione con Gesù che vive in noi e secondo le sue intenzioni.

Quanto importi il far le nostre azioni in unione con Gesù è assai bene spiegato dall'Olier, che prima mostra in che modo Gesù è in noi per santificarci: "Non solo abita in noi come Verbo con la sua immensità... ma abita pure in noi come Cristo, con la sua grazia, per renderci partecipi della sua unzione e della divina sua vita... Gesù Cristo è in noi per santificarci, santificar noi e le opere nostre, per riempire di sè tutte le nostre facoltà: vuol essere la luce della nostra mente, l'amore e il fervore del nostro cuore, la forza e la virtù di tutte le nostre facoltà, affinchè in lui possiamo conoscere, amare e adempire i voleri di Dio suo Padre, sia per lavorare a suo onore, sia per soffrire e tollerare ogni cosa a sua gloria". Spiega quindi come le azioni che facciamo da noi e per noi siano difettose: "Le nostre intenzioni e i nostri pensieri tendono al peccato per la corruzione della nostra natura; e se noi ci lasciamo andare ad operar da noi stessi e a seguir le nostre inclinazioni, opereremo in peccato". Onde la conclusione è che bisogna rinunziare alle proprie intenzioni per unirsi a quelle di Gesù: "Vedete quindi quanta cura si deve avere, al principio delle azioni, di rinunziare a tutti i sentimenti, a tutti i desideri, a tutti i pensieri propri, a tutte le proprie volontà, per entrare, secondo S. Paolo, nei sentimenti e nelle intenzioni di Gesù Cristo [...].

Quando le azioni sono lunghe, è utile rinnovar questa offerta con un affettuoso sguardo al crocifisso, e, meglio ancora, a Gesù che vive in noi; e lasciare che l'anima si sfoghi in frequenti giaculatorie che ci inalzeranno il cuore a Dio.

Così anche le più comuni nostre azioni saranno preghiera e ascensione dell'anima a Dio, e noi attueremo il desiderio di Gesù: "oportet semper orare et non deficere".

Ecco dunque i quattro mezzi interni di perfezione, che tendono tutti a glorificar Dio e insieme a perfezionarci l'anima. Il desiderio della perfezione è infatti un primo slancio verso Dio, un primo passo verso la santità; la conoscenza di Dio, è Dio che viene attirato in noi e che ci aiuta a darci a lui per via di amore; la conoscenza di noi stessi ci mostra meglio il bisogno che abbiamo di Dio e stimola il desiderio di riceverlo per colmare il vuoto che è in noi; la conformità alla divina volontà ci trasforma in lui; la preghiera ci innalza a lui e trae nello stesso tempo in noi le sue perfezioni, facendovici partecipare per renderci più simili a lui; tutto quindi ci porta a Dio perchè tutto viene da lui.



[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]

mercoledì 15 ottobre 2025

Suore di clausura in Toscana

Sono ancora presenti dei monasteri di clausura in Toscana? La risposta è sì, ma se vuoi diventare monaca, dovrai essere prudente e sceglierne uno in cui la vita monastica si viva in maniera fervorosa e osservante, non uno di quelli rilassati.

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Dagli scritti di Padre Alfonso Rodriguez, S. J. (1526-1616).

 Si racconta che Rabaudo, principe di Francia, del quale la vocazione e l'ingresso in Religione hanno del miracoloso, trovava questa vita aspra e difficile, perché era stato allevato con molte delicatezze e che l'abate Porcario, che era allora superiore del Monastero, gli permetteva alcune cose straordinarie, più adatte alla sua complessione; però esse non solo non lo facevano più robusto, ma lo rendevano sempre più delicato e infermiccio.
   Avvenne che un giorno, mentre mangiava alla mensa comune, nella quale gli altri non avevano che un po' di pan duro e alcune fave, gli parve di vedere due venerabili vegliardi, l'uno calvo con in mano due chiavi e l'altro monaco, con un vaso di cristallo in mano, fare il giro del refettorio; essi davano a ciascun monaco qualcosa che toglievano da quel vaso e solo a lui non dettero altro che uno sguardo accigliato col volto severo. Ma egli prese come poté dal piatto del vicino un po' di quello che era stato distribuito e ne mangiò, provandone tanto soave sapore che gli pareva non avesse quel cibo nulla a che fare con i tanti saporosissimi che aveva mangiato durante tutta la vita. Essendosi ripetuta la visione tre volte, andò dall'abate e gli chiese con insistenza chi fossero i due vegliardi che aveva visto. L'abate comprese subito e intese che erano l'apostolo S. Pietro, patrono del monastero, e S. Onorato suo fondatore, e che non gli davano il cibo che distribuivano a tutta la comunità perché egli non seguiva in tutto la via comune e si avevano per lui delle particolarità. Rabaudo, udito ciò, si decise a sforzarsi di seguire in tutto il rigore la comune disciplina monastica e la cosa gli fu molto più facile di quanto non fosse sembrato da principio. Dopo poco tempo vide giungere gli stessi santi i quali, dividendo come le altre volte i cibi ai monaci, ne dettero anche a lui. Fu di ciò soddisfattissimo e si sentì più confortato e deciso ad affrontare nella sua interezza l'austerità della regola (HIERON. PLATI, 1. 3, De bono status Religionis, c. 16).
   Cesario racconta un fatto molto simile. Nell'Ordine cistercense c'era un monaco, religioso d'abito più che di costumi, che, essendo medico, passava fuori monastero la maggior parte dell'anno e non vi tornava che nei giorni di festa. In una festa della Madonna, la vide entrare in coro con gran splendore e passare tra i monaci che cantavano, porgendo ad ognuno un cucchiaio di una certa bibita che aveva in una cassettina che portava in mano. Giunta presso di lui, passò senza dargliene e dicendo: Tu non ne hai bisogno, perché sei medico e ti curi già sufficientemente. Egli rimase triste, pensando alla sua colpa e di lì in poi cambiò vita: non usciva che quando glielo comandavano e si mortificava molto. Nella seguente festa della Vergine, essa comparve come la volta precedente e passò tra i monaci dando a ciascuno lo stesso liquore. Giunta à lui gli disse: Giacché ti sei emendato, posponendo le tue medicine alle mie, eccoti il mio liquore: bevi come gli altri! E la soavità fu tanta che da allora restò saldo nell'esercizio della vita comune, disprezzando tutti i diletti: aveva bevuto il liquore della devozione che rende tutto saporoso! (Dialog., 1. 7, c. 48).
   Racconta lo stesso Cesario che nel monastero di Chiaravalle si presentò un ecclesiastico di vita molto ricercata, che non poteva vedere il pane del convento perché era troppo rozzo; al solo pensare di doverlo mangiare si sentiva male. Una notte gli apparve Cristo nostro Signore con un pezzo di quel pane e, porgendoglielo, gli disse di mangiarlo. Ma egli rispose che non poteva proprio mangiare quel pane d'orzo. Cristo allora lo bagnò nel sangue che sgorgava dal suo costato e gli ordinò di mangiarlo; egli ne mangiò e lo trovò più dolce del miele. Da allora in poi mangiò sempre tutti i cibi della comunità che prima non poteva mangiare, perché gli sembravano grossolani, trovandoli saporitissimi (L. c., l. 4, c. 80).
   Nelle Cronache dell'Ordine francescano si racconta che nel famoso Capitolo, chiamato delle Stuoie perché le tende erano state poste in aperta campagna, con ripartimenti formati da stuoie, nel quale si riunirono cinquemila frati e fu presente anche S. Domenico, i frati erano animati da tanto fervore e spirito di penitenza che era necessario frenarli. Pertanto, essendo S. Francesco stato informato che molti portavano corazza e cotte di maglia sopra la carne ed altri cerchi di ferro, e che perciò molti si ammalavano e non potevano pregare e servire l'Ordine come si doveva, e che alcuni persino ne morivano, ordinò per obbedienza che si togliessero tutti gli strumenti di penitenza e glieli portassero; gli strumenti di penitenza messi insieme così furono circa cinquecento. Ora, mentre con tanto fervore si teneva quel capitolo, per trattare del progresso dell'Ordine, fu rivelato a S. Francesco che in un ospedale tra la Porziuncola ed Assisi si era riunito un altro capitolo, di diciottomila demoni, contro quello riunito da lui. In quel capitolo furono dati molti e sagaci consigli circa il modo di vincere e distruggere l'Ordine e i suoi seguaci, ma infine parlò un demonio più astuto e fine degli altri, il quale disse: Quel padre Francesco col suo Ordine e con tutti i suoi seguaci vive con tanto fervore, così separato dal mondo, insieme ai suoi frati ama Dio con tanta forza e si occupa tanto efficacemente nella preghiera, tormenta tanto il suo corpo che par certo non si possa far per ora nulla contro di loro; vi consiglio di non prenderla troppo a cuore; lasciamo che chiudano gli occhi questi e che vengano altri frati; allora faremo entrare nell'ordine giovani senza zelo di perfezione, vecchi attaccati al loro onore, nobili abituati alla vita comoda, dotti arroganti e di scarsa salute e tutti li faremo accogliere per sostenere l'onore ed il numero; in questo modo li trascineremo tutti all'amor proprio e delle cose del mondo, all'amore per la scienza e le arti, e potremo vendicarci attirandoli a nostro piacere. Il consiglio sembrò ottimo a tutti e rimasero soddisfattissimi di questa speranza (Part. I, l. 1, c. 53).

[Brano tratto da "Esercizio di perfezione e di cristiane virtù" di Padre Alfonso Rodriguez].


martedì 14 ottobre 2025

Da peccatrice a suora di clausura

Monaca di clausuraAlcuni pensano che per diventare frate o suora sia necessario essere vergini, cioè aver custodito intatto il giglio della purezza sin dalla fanciullezza. In realtà anche coloro che hanno conosciuto il peccato possono entrare in convento, purché siano sinceramente pentiti e risoluti a tutto pur di non peccare più. 

A tal proposito sentite la storia di una delle amanti di Gabriele D'Annunzio. Alessandra di Rudinì (nella foto a lato) nacque a Napoli nel 1876. Suo padre era marchese e celebre politico (fu anche Ministro degli Interni e Capo del Governo). Da bambina ebbe un'infanzia “vivace”, e a causa della sua incontenibile indisciplinatezza venne “cacciata” dal collegio. Viveva in un'ambiente razionalista e la sua fede si indebolì molto; pensava che il cristianesimo fosse un fenomeno puramente politico-sociale. Poi, leggendo un pessimo libro di Renan, la sua fede crollò a terra. Era considerata una ragazza molto bella e vari giovanotti altolocati le fecero proposte di matrimonio. Tra i suoi spasimanti vi era anche il Marchese Marcello Carlotti, col quale accettò di sposarsi, e dal quale ebbe due figli. Ma dopo pochi anni di matrimonio, rimase vedova. Aveva solo 24 anni, ed essendo ricca e bella, non sarebbe stato difficile per lei trovare un nuovo marito. Nel 1903 conobbe Gabriele D'Annunzio, famoso sia come poeta che come forsennato conquistatore di donne. Prima le conquistava, poi le abbandonava e passava a corteggiare qualche altra sventurata. D'Annunzio corteggiò anche Alessandra, la quale inizialmente lo respinse, ma alla fine capitolò e andò a convivere “more uxorio” (cioè come se fossero coniugi) nella lussuosa villa del poeta. Ciò era (e lo è ancora oggi) un grave peccato contrario al sesto comandamento, il quale proibisce di commettere fornicazione (rapporti sessuali fuori dal matrimonio). Ma la Madonna, essendo una madre affettuosa, vegliava su di lei, e il buon Dio le inviò un salutare castigo. Il Signore è amore infinito, e quando ci invia qualche croce, lo fa per il nostro bene, ossia per trarne un bene maggiore. Così, Alessandra si ammalò gravemente e rischiò di morire senza ricevere gli ultimi sacramenti. Quando guarì, D'Annunzio la lasciò. Dopo la malattia, la giovane marchesa di Rudinì Carlotti non era più bella come prima, e poi il poeta si era già innamorato di un'altra donna. Ecco come è fragile l'amore mondano e come svanisce velocemente! Alessandra pianse amaramente il suo amore perduto, ma ben presto si accorse che quell'amore era solo vanità: “vanitas vanitatum et omnia vanitas”, dice la Sacra Scrittura. Dopo un lungo periodo di ricerca, si sentì attrarre da un Uomo speciale, il migliore di tutti gli uomini, Colui che non tradisce mai: Gesù Cristo, il Re del Cielo. Dopo essersi consigliata col suo direttore spirituale e aver preso contatti con le suore, entrò in un monastero di clausura francese, nel quale le venne imposto il nome religioso di suor Maria di Gesù e visse in maniera esemplare la sua vocazione. I peccatori scellerati che si convertono sinceramente a Dio, in genere diventano zelantissimi seguaci del Vangelo. E così suor Maria di Gesù venne eletta priora del suo monastero, svolse egregiamente il compito di superiora e fondò altri monasteri in Francia. Morì in concetto di santità nel gennaio del 1931, felice di aver abbandonato il mondo traditore e di essersi donata a Gesù buono. Gabriele D'Annunzio non poté riempire di gioia e di pace il cuore di Alessandra, il quale era stato creato per amare Dio e solo in Lui riuscì a trovare la felicità. “Inquietum est cor nostrum”, il nostro cuore è inquieto sin tanto che non riposa in Dio.

Suore di clausura in Friuli Venezia Giulia


I monasteri di clausura non sono tutti uguali. Alle donne che cercano un buon monastero di clausura in Friuli Venezia Giulia o in altre regioni italiane, nel quale poter fare un'esperienza vocazionale per riflettere sullo stato di vita da eleggere, consiglio di scegliere uno tra i migliori, cioè uno nel quale il carisma dell'Ordine religioso preferito viene vissuto con maggiore perfezione e carità. La vita religiosa è meravigliosa, poiché consente di vivere più uniti a Gesù buono e di seguire più facilmente la via della perfezione cristiana.



Bisogna darsi da fare per ubbidire alla divina vocazione. Ecco cosa diceva Sant'Alfonso Maria de Liguori, zelante vescovo e missionario: Ho detto che le religiose che si son date tutte a Dio godono una continua pace; ciò s'intende di quella pace che può godersi in questa terra, che si chiama valle di lacrime. In cielo Dio ci prepara la pace perfetta e piena, esente da ogni travaglio. Questa terra al contrario è luogo per noi di meriti; e perciò è luogo di patimenti, ove col patire si acquistano le gioie del paradiso. 


[…] Vi prego poi, per quando avrete preso il santo abito, a rinnovare ogni giorno la promessa che avete fatta a Gesù Cristo di essere fedele. L'amore e la fedeltà sono i pregi primari di una sposa. A questo fine sappiate che poi vi sarà dato l'anello, in segno della fedeltà che dovete osservare del vostro amore che avete promesso a Gesù Cristo. Ma per esser fedele non vi fidate della vostra promessa; è necessario che sempre preghiate Gesù Cristo e la sua santa Madre che vi ottengano la santa perseveranza; e procurate di avere una gran confidenza nell'intercessione di Maria che si chiama la madre della perseveranza. E se vi sentirete raffreddata nel divino amore e tirata ad amare qualche oggetto che non è Dio, ricordatevi di quest'altro mio avvertimento; allora, affinché non vi abbandoniate alla tiepidezza o all'affetto delle cose terrene, dite così a voi stessa: E perché mai ho lasciato il mondo, la mia casa ed i miei parenti? forse per dannarmi? Questo pensiero rinvigoriva s. Bernardo a riprendere la via della perfezione quando si sentiva intiepidito […]. Ma bisogna che io termini di parlare, mentre me lo comanda il vostro sposo, che ha premura di vedervi presto entrata nella sua casa. Ecco, mirate da qui con quanto giubilo vi aspetta e uditelo con quanto affetto vi chiama, affinché presto entriate in questo suo palazzo regale, quale appunto è questo monastero. Andate dunque ed entrate allegramente, mentre l'accoglienza che stamattina vi sarà fatta dal vostro sposo, nel ricevervi in questa sua casa, vi è come una caparra dell'accoglienza ch'egli vi farà in vostra morte quando vi riceverà nel suo regno del paradiso."


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Dagli scritti di Padre Alfonso Rodriguez, S. J. (1526-1616).

A che cosa e in che modo il religioso sia obbligato dal voto di povertà

   Ci rimane da trattare dell'obbligo che si contrae col voto di povertà, quando si pecca contro di esso e quando si pecca mortalmente, perché è necessario che il religioso sappia a che cosa si è obbligato in questo stato, a motivo dei voti che ha emesso. Altre volte abbiamo trattato della perfezione; tratteremo ora dell'obbligo che deve sempre essere il fondamento su cui si edifica il resto. Raccoglieremo con la brevità possibile tutto quello che dicono i dottori, sia teologi che giuristi, attingendo al Diritto Canonico e ai santi. Per sé, il voto di povertà obbliga il religioso a non aver dominio, né proprietà, né uso alcuno di cosa temporale senza il permesso dei superiori. Questa è comune sentenza dei dottori, esplicitata nei sacri Canoni (Cap. Cum ad Monast. de stat. Monach.).
   Ne segue prima di tutto che il religioso, per il voto di povertà, è obbligato a non avere, né possedere, né dare, né prendere, né ricevere nulla per tenerle o usarle o disporne senza permesso del superiore, perché tali atti sono propri di chi è o può essere proprietario di una cosa; chi agisse così, agirebbe contro il voto di povertà. Ciò affermano tutti i dottori ed è esplicitamente espresso dai sacri Canoni.
   Ne deriva in secondo luogo che agisce contro il voto di povertà chi prende, trattiene, dà o dispone di cosa appartenente alla casa, senza il permesso dei superiori, ma anche chi, sempre senza la debita licenza, riceva qualche cosa da parenti o amici o devoti e la trattiene o ne dispone. Anche questa è sentenza comune dei dottori, esplicitata dal Diritto Canonico come certa.
    Tali sono i princìpi e il fondamento di tutta la materia, e su ciò deve fondarsi tutto quello che verremo dicendo, cercando di trarre dai princìpi le soluzioni dei casi particolari che ci si offriranno.
   Il nostro santo Padre, ci propone e dichiara tutto questo nelle Costituzioni, e lo espresse nelle regole perché lo avessimo sempre sotto gli occhi. Dice la regola ventisei: «Sappiano tutti che non possono l'un l'altro dare né ricevere in prestito, né disporre di cosa alcuna senza che il superiore lo sappia e dia il suo compenso» (P. 3, c. 1, § 8; Reg. 26 Summarii). E perché nessuno pensasse essere contro il voto di povertà soltanto il prendere o disporre senza permesso delle cose di casa, e che il ricevere dal di fuori e disporne senza licenza non è contro il voto di povertà, dichiara anche questo secondo punto in altra regola che dice così: «Nessuno usurpi cosa alcuna di casa o di camera altrui, né la riceva in qualunque modo per sé o per altri da esterni, senza licenza del superiore» (Reg. 9, Comm.). In queste regole egli ricapitola ciò che il voto di povertà esige nel suo rigore.
   È necessario avvertire che nessuno s'inganni col credere che non è peccato, o per lo meno, che non è peccato mortale trasgredire a tali regole, perché le nostre Costituzioni e regole non obbligano sotto peccato. Qualcuno potrebbe dire: Mi accorgevo bene di agire contro la regola, prendendo o dando quel tale oggetto, ma poiché le nostre regole non obbligano sotto pena di peccato, pensavo che fosse soltanto un'infrazione alla regola, non peccato. È vero che regole e Costituzioni non obbligano sotto pena di peccato, come avverte il nostro santo Padre nelle stesse Costituzioni (P. 6, c. 5); ma è evidente che i voti obbligano sotto pena di peccato e di peccato mortale, di per sé. Pertanto il nostro santo Padre dichiarava contemporaneamente che nessuno potrà essere scusato d'ignoranza, né prenderne occasione per errare, essendo la cosa chiarissima. Come il religioso che peccasse contro la castità, peccherebbe contro il voto emesso e commetterebbe un sacrilegio; casi chi lede il voto di povertà pecca mortalmente contro il voto che ha fatto. Non c'è dubbio: era in tuo potere rimanertene nel mondo con tutti i tuoi beni, usare della tua volontà senza entrare in religione e fare il voto di povertà; ma giacché vi sei entrato ed hai emesso i voti, non è più in tuo potere ricevere neppure un reale, né puoi tener nulla senza permesso, perché ti ci sei obbligato col tuo voto.
   È proprio quello che disse S. Pietro negli Atti degli Apostoli ad Anania e Saffira, i quali dopo aver fatto voto di povertà, come notano i santi, vendettero una loro proprietà e ne portarono il prezzo ai piedi degli apostoli, come facevano tutti; però si riservarono per sé una parte del ricavato, dicendo di non averla venduta per più di quanto offrivano. Ma S. Pietro apostrofò casi Anania: «Anania, come mai ti sei lasciato ingannare il cuore da Satana fino al punto da mentire allo Spirito Santo e farti ritenere parte del prezzo del podere? Se non fosse stato venduto, non rimaneva forse a te? E dopo averlo venduto, il prezzo non era a tua disposizione? Come mai tu hai potuto concepire una cosa simile? Tu non hai mentito agli uomini, ma allo Spirito Santo» (Act 5, 3-4). Seguì subito il castigo, perché cadde morto all'improvviso; e lo stesso accadde alla moglie che aveva partecipato al delitto. Il testo conchiude: «Gran timore ne nacque in tutta la Chiesa, e in tutti coloro che udirono tali cose». Lo stesso timore di peccare contro il voto di povertà, incorrendo in un castigo così rigoroso, deve pervadere anche noi.
   Tornando all'obiezione, dico che se su questo punto non ci fosse altro che la disposizione della regola, trasgredirla non sarebbe peccato; ma quando le Costituzioni o le regole contengono o dichiarano la materia dei voti, obbligano sotto pena di peccato; non per la loro forza di obbligazione, ma per l'obbligo che si contrae col voto; come quando legiferano in materia di castità o legge naturale, non obbligano per virtù propria, ma in forza dell'obbligo che la castità o la legge naturale portano con sé. Ora, poiché le regole che abbiamo citate illustrano l'essenza del voto di povertà e a che cosa il voto obbliga di per sé, chi trasgredisce tali regole, pecca non perché trasgredisce quelle regole, ma perché trasgredisce il voto di povertà che da quelle regole è illustrato. Di modo che le teniamo sotto lo sguardo non soltanto per considerare quello che dicono in quanto regole, ma per convincerci che in esse è compendiata la sostanza del voto di povertà cui esse obbligano con tutto il rigore, sostanza che è ricavata dal Diritto Canonico e dalla dottrina dei Padri, come abbiamo detto. Pertanto S. Agostino, trattando dei religiosi che vivono in comunità, dice: È cosa certa che il religioso non può tenere, né possedere, né dare, né ricevere cosa alcuna senza licenza del superiore (De communi vita Clericorum; et habetur cap. Non dicatis, 12, q. 1; PL 32, 1449), come dice letteralmente anche la nostra regola. Questo significa esser povero; poter di propria volontà e senza licenza di un altro prendere, dare, tenere o disporre di alcun che di temporale, significa esser proprietario e, conseguentemente, agire contro il voto di povertà.
   Perché tutto ciò, che deve essere considerato come primo principio in questa materia, sia bene inteso, bisogna notare che la differenza fatta da dottori, teologi e giuristi tra l'uso e il dominio, tra l'essere padrone di una cosa e l'averla soltanto in uso, è questa: il padrone può farne ciò che vuole, prestarla, venderla, sciuparla o disporne comunque voglia; ma chi non è padrone in senso assoluto, ma l'ha soltanto in uso, non può disporne come vuole, perché non può darla ad un altro, né venderla, né alienarla, ma può soltanto usarla allo scopo per cui gli fu concessa. E lo spiegano con un esempio. Come chi invita un altro a pranzo gli dà facoltà di mangiare di tutto quello che gli mette dinanzi, ma non lo fa padrone, perché non potrebbe portarselo a casa sua, né mandarlo ad un amico, né venderlo, né farne un qualsiasi altro uso di suo gusto, ma ha solo la possibilità di mangiarne quanto gli pare; così è di chi ha l'uso in paragone di chi ha il dominio, anche nelle cose che si consumano con l'uso. Ora dicono i dottori che cosi avviene per i religiosi ai quali, anche per le cose che tengono con licenza dei superiori, è concesso solo l'uso, onde possano servirsene e giovarsene. È evidente che non puoi dare ad un altro l'abito che ti fu dato perché te ne vestissi, senza licenza del superiore, perché non è tuo; se tu lo facessi, peccheresti contro il voto di povertà, perché agiresti da padrone assoluto, facendone quel che ti pare. Quello che dico dell'abito va inteso di tutte le altre cose che usiamo: non puoi dare né il breviario, né la cartella, né il cappello, senza licenza del superiore, perché nulla è tuo, ma tutto ti è stato concesso in uso, per te, come all'invitato a pranzo (BONAVENT., Spec. discip., part. 1, c. 1). Ricordiamoci sempre di quest'esempio che calza molto a proposito ed esprime bene il pensiero.
   Se delle cose che il religioso, col debito permesso, ha per suo uso diciamo che non può farne ciò che vuole, né darle ad altri, è chiaro che tanto meno può dare, prendere o disporre degli oggetti di casa, senza permesso del superiore, togliendole, per esempio, dal guardaroba, dal refettorio, dalla dispensa o da qualsiasi altro luogo, né per darle agli altri, né per usarne per sé: ciò sarebbe più chiaramente contrario al voto di povertà.

[Brano tratto da "Esercizio di perfezione e di cristiane virtù" di Padre Alfonso Rodriguez].

domenica 28 settembre 2025

Monache di clausura

Le suore di clausura sono figure emblematiche della vita religiosa, dedicate a una esistenza di preghiera e contemplazione lontano dalle distrazioni del mondo. Queste donne scelgono di vivere in monasteri, seguendo regole rigorose che disciplinano ogni aspetto della loro vita quotidiana. La clausura non è solo un ritiro fisico, ma un profondo impegno spirituale che richiede una vocazione autentica. Le suore di clausura si dedicano principalmente alla preghiera, alla meditazione e allo studio delle Scritture, cercando di avvicinarsi a Dio attraverso una vita di silenzio e riflessione.

Ogni ordine religioso ha le proprie tradizioni e pratiche, ma tutte le suore di clausura condividono l'obiettivo di vivere in comunione con il divino. Le Benedettine, ad esempio, seguono la regola di San Benedetto, che enfatizza l'equilibrio tra preghiera e lavoro. Le Carmelitane, invece, si concentrano sulla contemplazione e sull'intimità con Dio. Le Clarisse, fondatrici dell'Ordine delle Povere Dame, vivono in povertà e semplicità, dedicandosi alla preghiera e alla vita comunitaria.

La vita in clausura è caratterizzata da una routine quotidiana che include momenti di preghiera, lettura e lavoro manuale. Le suore spesso si dedicano a produzioni artigianali, come la panificazione o la creazione di oggetti religiosi, i cui proventi possono essere destinati a opere di carità. Questo aspetto del loro lavoro dimostra che, sebbene vivano isolate, il loro impatto si estende oltre le mura del monastero, contribuendo al bene della comunità.

Le sfide della vita in clausura sono molteplici. La solitudine e l'assenza di contatti con il mondo esterno possono essere difficili da affrontare, ma molte suore trovano in questa vita una profonda gioia e realizzazione. La clausura offre un ambiente in cui possono approfondire la loro fede e vivere una dedizione totale a Dio. In un'epoca in cui il silenzio e la contemplazione sono sempre più rari, le suore di clausura rappresentano un faro di speranza e di pace.

La loro esistenza invita tutti a riflettere su ciò che è veramente importante nella vita e a riscoprire il valore della spiritualità. Le suore di clausura, con la loro dedizione e il loro esempio, possono ispirare chiunque a cercare un equilibrio tra il mondo esterno e la propria interiorità, mostrando che la vera felicità può derivare da una vita di servizio e di amore.

lunedì 15 settembre 2025

Età per diventare suora

Qual è l'età per diventare suora? Ricevo spesso e-mail da parte di donne che desiderano diventare suore perché si sentono attrarre da Dio alla vita religiosa. Ecco alcune informazioni che potrebbero essere utili alle numerose lettrici di questo sito.

- Qual è l'età minima per entrare in convento?

- Cambia da istituto a istituto. Alcuni accolgono solo maggiorenni, altri anche minorenni (purché quest'ultime abbiano il permesso dei genitori).

- Qual è l'età massima per diventare suora?

- Molti istituti religiosi accettano vocazioni di donne che hanno al massimo 35-40 anni, ma ci sono alcuni istituti che accettano vocazioni anche di donne che hanno superato i 40 anni.

- È necessario avere il diploma o la laurea?

- No, non è necessario.

- Per diventare suora bisogna pagare dei soldi?

- No, non bisogna pagare nulla.

- Le donne che non sono più vergini possono diventare suore?

- Sì, Dio può donare la vocazione religiosa anche a una donna che non è più vergine. Ad esempio Santa Rita, pur non essendo più vergine (infatti ebbe dei figli), divenne ugualmente monaca.

- Avere la vocazione religiosa è una cosa bella?

- È un dono meraviglioso di Dio! Le donne più felici che ho conosciuto nella mia vita sono le suore appartenenti a buoni istituti religiosi, cioè quelli in cui si vive fervorosamente e in maniera davvero religiosa.

- Che requisiti bisogna avere per diventare suora?

- Il requisito principale è uno: avere la vocazione. Inoltre bisogna essere sane di mente. Alcuni istituti accettano anche vocazioni di donne che hanno una salute gracile (purché siano sane di mente).

- Come si fa a capire se si ha la vocazione?

- In genere si valutano le intenzioni: se una donna vuole diventare suora per vivere più unita a Gesù, vivere in maniera più profonda il Vangelo, dedicare più tempo alla preghiera, salvarsi più facilmente l'anima, salvare le anime di altre persone con l'apostolato e la preghiera, aiutare i bisognosi, ecc., costei dimostra di avere dei tipici segni di una vera vocazione.

- Se una donna sente di avere la vocazione matrimoniale, ma vorrebbe entrare in convento solo perché non riesce a trovare un marito profondamente cristiano, che cosa potrebbe fare?

- Per entrare in convento è necessario avere la vocazione religiosa. Coloro che invece sentono di avere la vocazione matrimoniale dovrebbero pregare il Signore di farle trovare un marito davvero cristiano.

- Che cosa bisogna fare per diventare suora?

- Bisogna contattare qualche buon istituto religioso e dire  alle suore che volete fare “discernimento vocazionale”, e loro vi aiuteranno a capire se Gesù desidera che voi diventiate suore.

- Che cos'è un'esperienza vocazionale?

- Fare un'esperienza vocazionale significa trascorrere alcuni giorni in un convento o in un monastero assieme alle suore. In questo modo una donna può vedere se è portata per la vita religiosa.


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San Luigi Martin e Santa Zelia Guerin: un esempio di amore coniugale e preghiera

San Luigi Martin e Santa Zelia Guerin, noti per la loro vita di fede e per il loro amore profondo, che ha portato alla nascita di una delle sante più venerate, Santa Teresa di Lisieux. La loro storia non solo illumina il cammino della santità, ma offre anche un'importante riflessione sull'importanza della preghiera, specialmente per coloro che cercano un compagno o una compagna nella vita.

San Luigi Martin nacque nel 1823 e Santa Zelia Guerin nel 1831. Entrambi provenivano da famiglie profondamente religiose e, prima di incontrarsi, vissero esperienze di vita che li portarono a una forte fede. Luigi era un orologiaio, mentre Zelia era una talentuosa produttrice di merletti. Si conobbero nel 1858 e, dopo un breve fidanzamento, si sposarono, dando vita a una famiglia che avrebbe avuto un impatto duraturo sulla Chiesa.

La loro unione fu caratterizzata da un amore sincero e da una profonda spiritualità. Insieme, affrontarono le sfide della vita, tra cui la perdita di diversi figli, mantenendo sempre la loro fede in Dio. La loro vita di preghiera e di dedizione alla famiglia ha ispirato molti, rendendoli un esempio di come la fede possa guidare le relazioni.


La storia di San Luigi e Santa Zelia sottolinea l'importanza della preghiera nella ricerca di un marito o di una moglie. La preghiera non è solo un modo per chiedere aiuto, ma è anche un mezzo per crescere spiritualmente e per prepararsi a una relazione sana e duratura. Pregare per un compagno significa aprire il cuore a Dio, chiedendo la Sua guida e la Sua volontà.

Esistono diverse preghiere che possono essere recitate da chi cerca un partner. Una delle più comuni è la preghiera a San Giuseppe, il patrono dei fidanzati e dei coniugi. Chiedere l'intercessione di San Giuseppe può aiutare a trovare un compagno che condivida valori e principi simili.

Inoltre, è fondamentale pregare per la propria crescita personale. La preghiera aiuta a riflettere su ciò che si desidera in una relazione e a sviluppare le virtù necessarie per essere un buon partner. La pazienza, la comprensione e l'amore incondizionato sono frutti di una vita di preghiera.

San Luigi Martin e Santa Zelia Guerin sono un esempio luminoso di come la fede e la preghiera possano guidare le relazioni. La loro vita testimonia che, attraverso la preghiera, è possibile trovare non solo un compagno, ma anche un amore che trascende le difficoltà. Per chi cerca un marito o una moglie, la preghiera è un potente strumento che può portare a una vita di amore e felicità, seguendo l'esempio di questa coppia santa.

sabato 13 settembre 2025

Le Suore di Clausura: vita, spiritualità e tradizione

Le suore di clausura rappresentano una delle espressioni più affascinanti e misteriose della vita religiosa. Queste donne, dedicate a una vita di preghiera e contemplazione, vivono in monasteri isolati dal mondo esterno, seguendo regole rigorose che disciplinano ogni aspetto della loro esistenza. In questo articolo, esploreremo la storia, la spiritualità, le regole e le sfide che caratterizzano la vita delle suore di clausura.


Storia delle Suore di Clausura

La vita monastica ha radici antiche, risalenti ai primi secoli del cristianesimo. Le suore di clausura, in particolare, si sono sviluppate nel contesto del monachesimo occidentale, con figure chiave come San Benedetto, che nel VI secolo fondò l'Ordine Benedettino. Le prime comunità di suore si formarono in risposta alla crescente domanda di una vita religiosa dedicata alla preghiera e alla meditazione.


Nel corso dei secoli, diversi ordini religiosi hanno adottato la clausura come parte della loro regola. Tra i più noti ci sono le Carmelitane, le Clarisse e le Cistercensi. Ognuno di questi ordini ha sviluppato una propria spiritualità e un proprio modo di vivere la clausura, ma tutti condividono l'obiettivo comune di dedicarsi completamente a Dio.


La Spiritualità delle Suore di Clausura

La spiritualità delle suore di clausura è caratterizzata da un profondo senso di intimità con Dio. La loro vita è incentrata sulla preghiera, la meditazione e la contemplazione. Le suore trascorrono gran parte della giornata in preghiera, partecipando a celebrazioni liturgiche, recitando il rosario e dedicando tempo alla lettura delle Scritture.


La Preghiera

La preghiera è il cuore della vita delle suore di clausura. Ogni giorno, seguono un orario rigoroso che include momenti di preghiera personale e comunitaria. La Liturgia delle Ore, che segna le diverse ore del giorno con preghiere specifiche, è una pratica fondamentale. Questo ritmo di preghiera aiuta le suore a mantenere un contatto costante con Dio e a vivere in un atteggiamento di gratitudine e adorazione.


La Contemplazione

La contemplazione è un altro aspetto cruciale della spiritualità delle suore di clausura. Attraverso la meditazione e la riflessione, cercano di approfondire la loro relazione con Dio. Questo processo richiede silenzio e solitudine, elementi essenziali per ascoltare la voce di Dio e discernere la propria vocazione.


Le Regole della Clausura

Le regole che governano la vita delle suore di clausura sono severe e dettagliate. Ogni ordine ha le proprie norme, ma ci sono alcuni principi comuni che caratterizzano la clausura.


Isolamento dal Mondo Esterno

Le suore di clausura vivono in monasteri che sono fisicamente isolati dal mondo esterno. Questo isolamento è inteso a favorire la concentrazione sulla vita spirituale e a ridurre le distrazioni. Le suore non possono uscire liberamente e, in molti casi, non hanno contatti diretti con il mondo esterno.


Vita Comunitaria

La vita in comunità è fondamentale per le suore di clausura. Vivono insieme, condividendo non solo la preghiera, ma anche le attività quotidiane. La vita comunitaria promuove la fraternità e l'unità, elementi essenziali per una vita religiosa sana.


Regole di Comportamento

Le suore seguono regole di comportamento che disciplinano ogni aspetto della loro vita, dalla dieta alla vestizione. Ad esempio, molte suore indossano un abito religioso specifico, simbolo della loro consacrazione a Dio. Inoltre, la vita quotidiana è organizzata in modo da includere momenti di lavoro, studio e preghiera.


Le Sfide della Vita di Clausura

Nonostante la bellezza e la profondità della vita di clausura, le suore affrontano anche numerose sfide. L'isolamento può portare a sentimenti di solitudine e nostalgia per il mondo esterno. Inoltre, la disciplina rigorosa può essere difficile da mantenere nel tempo.


La Solitudine

La solitudine è una delle sfide più comuni per le suore di clausura. Sebbene la vita comunitaria offra supporto, il contatto limitato con il mondo esterno può portare a momenti di tristezza e isolamento. Le suore devono imparare a gestire questi sentiment