Suore di clausura
Blog sui monasteri di clausura
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lunedì 1 giugno 2026
Come trasformare le nostre azioni in preghiera
mercoledì 15 ottobre 2025
Suore di clausura in Toscana
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Si racconta che Rabaudo, principe di Francia, del quale la vocazione e l'ingresso in Religione hanno del miracoloso, trovava questa vita aspra e difficile, perché era stato allevato con molte delicatezze e che l'abate Porcario, che era allora superiore del Monastero, gli permetteva alcune cose straordinarie, più adatte alla sua complessione; però esse non solo non lo facevano più robusto, ma lo rendevano sempre più delicato e infermiccio.
Avvenne che un giorno, mentre mangiava alla mensa comune, nella quale gli altri non avevano che un po' di pan duro e alcune fave, gli parve di vedere due venerabili vegliardi, l'uno calvo con in mano due chiavi e l'altro monaco, con un vaso di cristallo in mano, fare il giro del refettorio; essi davano a ciascun monaco qualcosa che toglievano da quel vaso e solo a lui non dettero altro che uno sguardo accigliato col volto severo. Ma egli prese come poté dal piatto del vicino un po' di quello che era stato distribuito e ne mangiò, provandone tanto soave sapore che gli pareva non avesse quel cibo nulla a che fare con i tanti saporosissimi che aveva mangiato durante tutta la vita. Essendosi ripetuta la visione tre volte, andò dall'abate e gli chiese con insistenza chi fossero i due vegliardi che aveva visto. L'abate comprese subito e intese che erano l'apostolo S. Pietro, patrono del monastero, e S. Onorato suo fondatore, e che non gli davano il cibo che distribuivano a tutta la comunità perché egli non seguiva in tutto la via comune e si avevano per lui delle particolarità. Rabaudo, udito ciò, si decise a sforzarsi di seguire in tutto il rigore la comune disciplina monastica e la cosa gli fu molto più facile di quanto non fosse sembrato da principio. Dopo poco tempo vide giungere gli stessi santi i quali, dividendo come le altre volte i cibi ai monaci, ne dettero anche a lui. Fu di ciò soddisfattissimo e si sentì più confortato e deciso ad affrontare nella sua interezza l'austerità della regola (HIERON. PLATI, 1. 3, De bono status Religionis, c. 16).
Cesario racconta un fatto molto simile. Nell'Ordine cistercense c'era un monaco, religioso d'abito più che di costumi, che, essendo medico, passava fuori monastero la maggior parte dell'anno e non vi tornava che nei giorni di festa. In una festa della Madonna, la vide entrare in coro con gran splendore e passare tra i monaci che cantavano, porgendo ad ognuno un cucchiaio di una certa bibita che aveva in una cassettina che portava in mano. Giunta presso di lui, passò senza dargliene e dicendo: Tu non ne hai bisogno, perché sei medico e ti curi già sufficientemente. Egli rimase triste, pensando alla sua colpa e di lì in poi cambiò vita: non usciva che quando glielo comandavano e si mortificava molto. Nella seguente festa della Vergine, essa comparve come la volta precedente e passò tra i monaci dando a ciascuno lo stesso liquore. Giunta à lui gli disse: Giacché ti sei emendato, posponendo le tue medicine alle mie, eccoti il mio liquore: bevi come gli altri! E la soavità fu tanta che da allora restò saldo nell'esercizio della vita comune, disprezzando tutti i diletti: aveva bevuto il liquore della devozione che rende tutto saporoso! (Dialog., 1. 7, c. 48).
Racconta lo stesso Cesario che nel monastero di Chiaravalle si presentò un ecclesiastico di vita molto ricercata, che non poteva vedere il pane del convento perché era troppo rozzo; al solo pensare di doverlo mangiare si sentiva male. Una notte gli apparve Cristo nostro Signore con un pezzo di quel pane e, porgendoglielo, gli disse di mangiarlo. Ma egli rispose che non poteva proprio mangiare quel pane d'orzo. Cristo allora lo bagnò nel sangue che sgorgava dal suo costato e gli ordinò di mangiarlo; egli ne mangiò e lo trovò più dolce del miele. Da allora in poi mangiò sempre tutti i cibi della comunità che prima non poteva mangiare, perché gli sembravano grossolani, trovandoli saporitissimi (L. c., l. 4, c. 80).
Nelle Cronache dell'Ordine francescano si racconta che nel famoso Capitolo, chiamato delle Stuoie perché le tende erano state poste in aperta campagna, con ripartimenti formati da stuoie, nel quale si riunirono cinquemila frati e fu presente anche S. Domenico, i frati erano animati da tanto fervore e spirito di penitenza che era necessario frenarli. Pertanto, essendo S. Francesco stato informato che molti portavano corazza e cotte di maglia sopra la carne ed altri cerchi di ferro, e che perciò molti si ammalavano e non potevano pregare e servire l'Ordine come si doveva, e che alcuni persino ne morivano, ordinò per obbedienza che si togliessero tutti gli strumenti di penitenza e glieli portassero; gli strumenti di penitenza messi insieme così furono circa cinquecento. Ora, mentre con tanto fervore si teneva quel capitolo, per trattare del progresso dell'Ordine, fu rivelato a S. Francesco che in un ospedale tra la Porziuncola ed Assisi si era riunito un altro capitolo, di diciottomila demoni, contro quello riunito da lui. In quel capitolo furono dati molti e sagaci consigli circa il modo di vincere e distruggere l'Ordine e i suoi seguaci, ma infine parlò un demonio più astuto e fine degli altri, il quale disse: Quel padre Francesco col suo Ordine e con tutti i suoi seguaci vive con tanto fervore, così separato dal mondo, insieme ai suoi frati ama Dio con tanta forza e si occupa tanto efficacemente nella preghiera, tormenta tanto il suo corpo che par certo non si possa far per ora nulla contro di loro; vi consiglio di non prenderla troppo a cuore; lasciamo che chiudano gli occhi questi e che vengano altri frati; allora faremo entrare nell'ordine giovani senza zelo di perfezione, vecchi attaccati al loro onore, nobili abituati alla vita comoda, dotti arroganti e di scarsa salute e tutti li faremo accogliere per sostenere l'onore ed il numero; in questo modo li trascineremo tutti all'amor proprio e delle cose del mondo, all'amore per la scienza e le arti, e potremo vendicarci attirandoli a nostro piacere. Il consiglio sembrò ottimo a tutti e rimasero soddisfattissimi di questa speranza (Part. I, l. 1, c. 53).
[Brano tratto da "Esercizio di perfezione e di cristiane virtù" di Padre Alfonso Rodriguez].
martedì 14 ottobre 2025
Da peccatrice a suora di clausura
Alcuni pensano che per diventare frate o suora sia necessario essere vergini, cioè aver custodito intatto il giglio della purezza sin dalla fanciullezza. In realtà anche coloro che hanno conosciuto il peccato possono entrare in convento, purché siano sinceramente pentiti e risoluti a tutto pur di non peccare più. Suore di clausura in Friuli Venezia Giulia
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Dagli scritti di Padre Alfonso Rodriguez, S. J. (1526-1616).
A che cosa e in che modo il religioso sia obbligato dal voto di povertà
Ci rimane da trattare dell'obbligo che si contrae col voto di povertà, quando si pecca contro di esso e quando si pecca mortalmente, perché è necessario che il religioso sappia a che cosa si è obbligato in questo stato, a motivo dei voti che ha emesso. Altre volte abbiamo trattato della perfezione; tratteremo ora dell'obbligo che deve sempre essere il fondamento su cui si edifica il resto. Raccoglieremo con la brevità possibile tutto quello che dicono i dottori, sia teologi che giuristi, attingendo al Diritto Canonico e ai santi. Per sé, il voto di povertà obbliga il religioso a non aver dominio, né proprietà, né uso alcuno di cosa temporale senza il permesso dei superiori. Questa è comune sentenza dei dottori, esplicitata nei sacri Canoni (Cap. Cum ad Monast. de stat. Monach.).
Ne segue prima di tutto che il religioso, per il voto di povertà, è obbligato a non avere, né possedere, né dare, né prendere, né ricevere nulla per tenerle o usarle o disporne senza permesso del superiore, perché tali atti sono propri di chi è o può essere proprietario di una cosa; chi agisse così, agirebbe contro il voto di povertà. Ciò affermano tutti i dottori ed è esplicitamente espresso dai sacri Canoni.
Ne deriva in secondo luogo che agisce contro il voto di povertà chi prende, trattiene, dà o dispone di cosa appartenente alla casa, senza il permesso dei superiori, ma anche chi, sempre senza la debita licenza, riceva qualche cosa da parenti o amici o devoti e la trattiene o ne dispone. Anche questa è sentenza comune dei dottori, esplicitata dal Diritto Canonico come certa.
Tali sono i princìpi e il fondamento di tutta la materia, e su ciò deve fondarsi tutto quello che verremo dicendo, cercando di trarre dai princìpi le soluzioni dei casi particolari che ci si offriranno.
Il nostro santo Padre, ci propone e dichiara tutto questo nelle Costituzioni, e lo espresse nelle regole perché lo avessimo sempre sotto gli occhi. Dice la regola ventisei: «Sappiano tutti che non possono l'un l'altro dare né ricevere in prestito, né disporre di cosa alcuna senza che il superiore lo sappia e dia il suo compenso» (P. 3, c. 1, § 8; Reg. 26 Summarii). E perché nessuno pensasse essere contro il voto di povertà soltanto il prendere o disporre senza permesso delle cose di casa, e che il ricevere dal di fuori e disporne senza licenza non è contro il voto di povertà, dichiara anche questo secondo punto in altra regola che dice così: «Nessuno usurpi cosa alcuna di casa o di camera altrui, né la riceva in qualunque modo per sé o per altri da esterni, senza licenza del superiore» (Reg. 9, Comm.). In queste regole egli ricapitola ciò che il voto di povertà esige nel suo rigore.
È necessario avvertire che nessuno s'inganni col credere che non è peccato, o per lo meno, che non è peccato mortale trasgredire a tali regole, perché le nostre Costituzioni e regole non obbligano sotto peccato. Qualcuno potrebbe dire: Mi accorgevo bene di agire contro la regola, prendendo o dando quel tale oggetto, ma poiché le nostre regole non obbligano sotto pena di peccato, pensavo che fosse soltanto un'infrazione alla regola, non peccato. È vero che regole e Costituzioni non obbligano sotto pena di peccato, come avverte il nostro santo Padre nelle stesse Costituzioni (P. 6, c. 5); ma è evidente che i voti obbligano sotto pena di peccato e di peccato mortale, di per sé. Pertanto il nostro santo Padre dichiarava contemporaneamente che nessuno potrà essere scusato d'ignoranza, né prenderne occasione per errare, essendo la cosa chiarissima. Come il religioso che peccasse contro la castità, peccherebbe contro il voto emesso e commetterebbe un sacrilegio; casi chi lede il voto di povertà pecca mortalmente contro il voto che ha fatto. Non c'è dubbio: era in tuo potere rimanertene nel mondo con tutti i tuoi beni, usare della tua volontà senza entrare in religione e fare il voto di povertà; ma giacché vi sei entrato ed hai emesso i voti, non è più in tuo potere ricevere neppure un reale, né puoi tener nulla senza permesso, perché ti ci sei obbligato col tuo voto.
È proprio quello che disse S. Pietro negli Atti degli Apostoli ad Anania e Saffira, i quali dopo aver fatto voto di povertà, come notano i santi, vendettero una loro proprietà e ne portarono il prezzo ai piedi degli apostoli, come facevano tutti; però si riservarono per sé una parte del ricavato, dicendo di non averla venduta per più di quanto offrivano. Ma S. Pietro apostrofò casi Anania: «Anania, come mai ti sei lasciato ingannare il cuore da Satana fino al punto da mentire allo Spirito Santo e farti ritenere parte del prezzo del podere? Se non fosse stato venduto, non rimaneva forse a te? E dopo averlo venduto, il prezzo non era a tua disposizione? Come mai tu hai potuto concepire una cosa simile? Tu non hai mentito agli uomini, ma allo Spirito Santo» (Act 5, 3-4). Seguì subito il castigo, perché cadde morto all'improvviso; e lo stesso accadde alla moglie che aveva partecipato al delitto. Il testo conchiude: «Gran timore ne nacque in tutta la Chiesa, e in tutti coloro che udirono tali cose». Lo stesso timore di peccare contro il voto di povertà, incorrendo in un castigo così rigoroso, deve pervadere anche noi.
Tornando all'obiezione, dico che se su questo punto non ci fosse altro che la disposizione della regola, trasgredirla non sarebbe peccato; ma quando le Costituzioni o le regole contengono o dichiarano la materia dei voti, obbligano sotto pena di peccato; non per la loro forza di obbligazione, ma per l'obbligo che si contrae col voto; come quando legiferano in materia di castità o legge naturale, non obbligano per virtù propria, ma in forza dell'obbligo che la castità o la legge naturale portano con sé. Ora, poiché le regole che abbiamo citate illustrano l'essenza del voto di povertà e a che cosa il voto obbliga di per sé, chi trasgredisce tali regole, pecca non perché trasgredisce quelle regole, ma perché trasgredisce il voto di povertà che da quelle regole è illustrato. Di modo che le teniamo sotto lo sguardo non soltanto per considerare quello che dicono in quanto regole, ma per convincerci che in esse è compendiata la sostanza del voto di povertà cui esse obbligano con tutto il rigore, sostanza che è ricavata dal Diritto Canonico e dalla dottrina dei Padri, come abbiamo detto. Pertanto S. Agostino, trattando dei religiosi che vivono in comunità, dice: È cosa certa che il religioso non può tenere, né possedere, né dare, né ricevere cosa alcuna senza licenza del superiore (De communi vita Clericorum; et habetur cap. Non dicatis, 12, q. 1; PL 32, 1449), come dice letteralmente anche la nostra regola. Questo significa esser povero; poter di propria volontà e senza licenza di un altro prendere, dare, tenere o disporre di alcun che di temporale, significa esser proprietario e, conseguentemente, agire contro il voto di povertà.
Perché tutto ciò, che deve essere considerato come primo principio in questa materia, sia bene inteso, bisogna notare che la differenza fatta da dottori, teologi e giuristi tra l'uso e il dominio, tra l'essere padrone di una cosa e l'averla soltanto in uso, è questa: il padrone può farne ciò che vuole, prestarla, venderla, sciuparla o disporne comunque voglia; ma chi non è padrone in senso assoluto, ma l'ha soltanto in uso, non può disporne come vuole, perché non può darla ad un altro, né venderla, né alienarla, ma può soltanto usarla allo scopo per cui gli fu concessa. E lo spiegano con un esempio. Come chi invita un altro a pranzo gli dà facoltà di mangiare di tutto quello che gli mette dinanzi, ma non lo fa padrone, perché non potrebbe portarselo a casa sua, né mandarlo ad un amico, né venderlo, né farne un qualsiasi altro uso di suo gusto, ma ha solo la possibilità di mangiarne quanto gli pare; così è di chi ha l'uso in paragone di chi ha il dominio, anche nelle cose che si consumano con l'uso. Ora dicono i dottori che cosi avviene per i religiosi ai quali, anche per le cose che tengono con licenza dei superiori, è concesso solo l'uso, onde possano servirsene e giovarsene. È evidente che non puoi dare ad un altro l'abito che ti fu dato perché te ne vestissi, senza licenza del superiore, perché non è tuo; se tu lo facessi, peccheresti contro il voto di povertà, perché agiresti da padrone assoluto, facendone quel che ti pare. Quello che dico dell'abito va inteso di tutte le altre cose che usiamo: non puoi dare né il breviario, né la cartella, né il cappello, senza licenza del superiore, perché nulla è tuo, ma tutto ti è stato concesso in uso, per te, come all'invitato a pranzo (BONAVENT., Spec. discip., part. 1, c. 1). Ricordiamoci sempre di quest'esempio che calza molto a proposito ed esprime bene il pensiero.
Se delle cose che il religioso, col debito permesso, ha per suo uso diciamo che non può farne ciò che vuole, né darle ad altri, è chiaro che tanto meno può dare, prendere o disporre degli oggetti di casa, senza permesso del superiore, togliendole, per esempio, dal guardaroba, dal refettorio, dalla dispensa o da qualsiasi altro luogo, né per darle agli altri, né per usarne per sé: ciò sarebbe più chiaramente contrario al voto di povertà.
[Brano tratto da "Esercizio di perfezione e di cristiane virtù" di Padre Alfonso Rodriguez].
domenica 28 settembre 2025
Monache di clausura

Le suore di clausura sono figure emblematiche della vita religiosa, dedicate a una esistenza di preghiera e contemplazione lontano dalle distrazioni del mondo. Queste donne scelgono di vivere in monasteri, seguendo regole rigorose che disciplinano ogni aspetto della loro vita quotidiana. La clausura non è solo un ritiro fisico, ma un profondo impegno spirituale che richiede una vocazione autentica. Le suore di clausura si dedicano principalmente alla preghiera, alla meditazione e allo studio delle Scritture, cercando di avvicinarsi a Dio attraverso una vita di silenzio e riflessione.
Ogni ordine religioso ha le proprie tradizioni e pratiche, ma tutte le suore di clausura condividono l'obiettivo di vivere in comunione con il divino. Le Benedettine, ad esempio, seguono la regola di San Benedetto, che enfatizza l'equilibrio tra preghiera e lavoro. Le Carmelitane, invece, si concentrano sulla contemplazione e sull'intimità con Dio. Le Clarisse, fondatrici dell'Ordine delle Povere Dame, vivono in povertà e semplicità, dedicandosi alla preghiera e alla vita comunitaria.
La vita in clausura è caratterizzata da una routine quotidiana che include momenti di preghiera, lettura e lavoro manuale. Le suore spesso si dedicano a produzioni artigianali, come la panificazione o la creazione di oggetti religiosi, i cui proventi possono essere destinati a opere di carità. Questo aspetto del loro lavoro dimostra che, sebbene vivano isolate, il loro impatto si estende oltre le mura del monastero, contribuendo al bene della comunità.
Le sfide della vita in clausura sono molteplici. La solitudine e l'assenza di contatti con il mondo esterno possono essere difficili da affrontare, ma molte suore trovano in questa vita una profonda gioia e realizzazione. La clausura offre un ambiente in cui possono approfondire la loro fede e vivere una dedizione totale a Dio. In un'epoca in cui il silenzio e la contemplazione sono sempre più rari, le suore di clausura rappresentano un faro di speranza e di pace.
La loro esistenza invita tutti a riflettere su ciò che è veramente importante nella vita e a riscoprire il valore della spiritualità. Le suore di clausura, con la loro dedizione e il loro esempio, possono ispirare chiunque a cercare un equilibrio tra il mondo esterno e la propria interiorità, mostrando che la vera felicità può derivare da una vita di servizio e di amore.
lunedì 15 settembre 2025
Età per diventare suora
- Le donne che non sono più vergini possono diventare suore?
- Sì, Dio può donare la vocazione religiosa anche a una donna che non è più vergine. Ad esempio Santa Rita, pur non essendo più vergine (infatti ebbe dei figli), divenne ugualmente monaca.
- Avere la vocazione religiosa è una cosa bella?
- È un dono meraviglioso di Dio! Le donne più felici che ho conosciuto nella mia vita sono le suore appartenenti a buoni istituti religiosi, cioè quelli in cui si vive fervorosamente e in maniera davvero religiosa.
- Per entrare in convento è necessario avere la vocazione religiosa. Coloro che invece sentono di avere la vocazione matrimoniale dovrebbero pregare il Signore di farle trovare un marito davvero cristiano.
- Che cosa bisogna fare per diventare suora?
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sabato 13 settembre 2025
Le Suore di Clausura: vita, spiritualità e tradizione

Le suore di clausura rappresentano una delle espressioni più affascinanti e misteriose della vita religiosa. Queste donne, dedicate a una vita di preghiera e contemplazione, vivono in monasteri isolati dal mondo esterno, seguendo regole rigorose che disciplinano ogni aspetto della loro esistenza. In questo articolo, esploreremo la storia, la spiritualità, le regole e le sfide che caratterizzano la vita delle suore di clausura.
Storia delle Suore di Clausura
La vita monastica ha radici antiche, risalenti ai primi secoli del cristianesimo. Le suore di clausura, in particolare, si sono sviluppate nel contesto del monachesimo occidentale, con figure chiave come San Benedetto, che nel VI secolo fondò l'Ordine Benedettino. Le prime comunità di suore si formarono in risposta alla crescente domanda di una vita religiosa dedicata alla preghiera e alla meditazione.
Nel corso dei secoli, diversi ordini religiosi hanno adottato la clausura come parte della loro regola. Tra i più noti ci sono le Carmelitane, le Clarisse e le Cistercensi. Ognuno di questi ordini ha sviluppato una propria spiritualità e un proprio modo di vivere la clausura, ma tutti condividono l'obiettivo comune di dedicarsi completamente a Dio.
La Spiritualità delle Suore di Clausura
La spiritualità delle suore di clausura è caratterizzata da un profondo senso di intimità con Dio. La loro vita è incentrata sulla preghiera, la meditazione e la contemplazione. Le suore trascorrono gran parte della giornata in preghiera, partecipando a celebrazioni liturgiche, recitando il rosario e dedicando tempo alla lettura delle Scritture.
La Preghiera
La preghiera è il cuore della vita delle suore di clausura. Ogni giorno, seguono un orario rigoroso che include momenti di preghiera personale e comunitaria. La Liturgia delle Ore, che segna le diverse ore del giorno con preghiere specifiche, è una pratica fondamentale. Questo ritmo di preghiera aiuta le suore a mantenere un contatto costante con Dio e a vivere in un atteggiamento di gratitudine e adorazione.
La Contemplazione
La contemplazione è un altro aspetto cruciale della spiritualità delle suore di clausura. Attraverso la meditazione e la riflessione, cercano di approfondire la loro relazione con Dio. Questo processo richiede silenzio e solitudine, elementi essenziali per ascoltare la voce di Dio e discernere la propria vocazione.
Le Regole della Clausura
Le regole che governano la vita delle suore di clausura sono severe e dettagliate. Ogni ordine ha le proprie norme, ma ci sono alcuni principi comuni che caratterizzano la clausura.
Isolamento dal Mondo Esterno
Le suore di clausura vivono in monasteri che sono fisicamente isolati dal mondo esterno. Questo isolamento è inteso a favorire la concentrazione sulla vita spirituale e a ridurre le distrazioni. Le suore non possono uscire liberamente e, in molti casi, non hanno contatti diretti con il mondo esterno.
Vita Comunitaria
La vita in comunità è fondamentale per le suore di clausura. Vivono insieme, condividendo non solo la preghiera, ma anche le attività quotidiane. La vita comunitaria promuove la fraternità e l'unità, elementi essenziali per una vita religiosa sana.
Regole di Comportamento
Le suore seguono regole di comportamento che disciplinano ogni aspetto della loro vita, dalla dieta alla vestizione. Ad esempio, molte suore indossano un abito religioso specifico, simbolo della loro consacrazione a Dio. Inoltre, la vita quotidiana è organizzata in modo da includere momenti di lavoro, studio e preghiera.
Le Sfide della Vita di Clausura
Nonostante la bellezza e la profondità della vita di clausura, le suore affrontano anche numerose sfide. L'isolamento può portare a sentimenti di solitudine e nostalgia per il mondo esterno. Inoltre, la disciplina rigorosa può essere difficile da mantenere nel tempo.
La Solitudine
La solitudine è una delle sfide più comuni per le suore di clausura. Sebbene la vita comunitaria offra supporto, il contatto limitato con il mondo esterno può portare a momenti di tristezza e isolamento. Le suore devono imparare a gestire questi sentiment


