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sabato 8 settembre 2018

Suore di clausura Forlì

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Le donne che sentono nel proprio cuore di avere la vocazione alla vita matrimoniale, ma non riescono a trovare un fidanzato cristiano, possono leggere il seguente annuncio di un ragazzo che sta cercando una donna che sia fedele agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Cliccare qui per leggere l'annuncio.


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Alle donne di Forlì che cercano un buon monastero di suore di clausura in Romagna, consiglio di contattare delle monache fervorose e osservanti.


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Dagli scritti di Padre Alfonso Rodriguez, S. J. (1526-1616).

Poiché il motivo che più giustamente ci spinge a chiedere delle singolarità è l'obbligo, che ci pare doveroso, di aver cura della propria salute e di conservar la vita, diremo qui qualcosa di ciò che i dottori dicono su tale argomento. Prima di tutto osserviamo, ed è dottrina comune, che altro è uccidersi o cercare di abbreviarsi la vita, prendendo qualche cosa a tale scopo, e ciò è illecito e gravissimo, altro non cercare di conservarsi la salute e la vita, col volerla prolungare; e ciò, dicono, non è illecito, ma lecito, perché nessuno è obbligato ad allungare la sua vita o a conservarla usando dei cibi delicati e delle cose straordinarie. Come non si è obbligati a vivere nei luoghi più salubri, anche se si sa che vi si vivrebbe meglio e più a lungo, così neppure si è obbligati a procurarsi dei cibi più sani, o che si credono più adatti alla propria complessione fisica, anche se si sapesse con certezza che si vivrebbe più a lungo e con maggiore salute. Questo è chiaro, perché l'opinione contraria condannerebbe tutti i digiuni e le penitenze della Chiesa e della vita religiosa. Anzi teologi e santi affermano che ordinariamente è da riprendere il cercare queste cose, specialmente per i religiosi. Neppure si è obbligati, in caso di malattia, a cercare le specialità più costose per conservarsi la vita, né i medici più eminenti, anzi tutto ciò non è punto lodevole nel religioso che professa umiltà e povertà. Basta usare i rimedi comuni e facilmente reperibili, perché essendo la vita e la salute del corpo un bene temporale e peri turo, in paragone della salute e della vita dell'anima, e quindi di poco valore, il Signore non ha voluto obbligarci a fare più di così.
   E non solo è lecito privarsi delle specialità, ma anche delle cose comuni è lecito fare uso moderato. Pertanto vediamo che i religiosi e i servi di Dio tolgono qualcosa al vitto, al sonno, alle cure del corpo e a tutti gli altri mezzi che altri usano comunemente e che anch'essi potrebbero lecitamente usare; e considerano tale modo di fare non soltanto lecito, ma santo, pur sapendo che non giova alla loro salute e che, facendo cosi, vivranno meno. Come è non solo lecito, ma virtuoso mettere a repentaglio la propria vita non soltanto per l'anima, ma anche per la vita temporale, del prossimo come fanno quelli che curano gli ammalati di peste e di altre malattie contagiose, cosi è lecito e molto virtuoso esporsi ad un piccolo danno della vita o della salute corporale per giovare alla propria anima col frutto della mortificazione. Se per guadagnare un pezzo di pane, so stentare la propria famiglia e acquistarsi un piccolo onore, si trova chi passa il mare e va in Fiandra o in India, vivendo cattive notti e
giorni peggiori, e tutto ciò lo reputiamo lecito, quanto ciò non sarà più lecito e santo per la salute dell'anima, per tenere la carne sottomessa allo spirito, per metterla in condizione di non ribellarsi e non tradirla? Pertanto affermiamo che questa è la nostra penitenza e che se volessimo toglierla, dovremmo abolire tutte le penitenze che si usano nella Chiesa di Dio.
   I teologi si domandano se è lecito ad un servo di Dio, che ha un gran male allo stomaco o al fegato, o ha una ferita che lo fa molto soffrire, non curarsi ma sopportare per amore di Cristo, giacché non c'è pericolo di vita, o almeno così si crede (CAIET., 2-3, q. 7, a. 1; NAVARR., Summa, c. LL, n. 41). E portano a questo proposito l'esempio di S. Agata che, essendole comparso S. Pietro per curare le mammelle che le aveva amputate il tiranno, non volle acconsentire ad essere guarita, dicendo che non aveva mai usato medicina corporale. E aggiungono anche l'esempio di molti uomini spirituali e perfetti che preferiscono sopportare il male di fegato o di stomaco, senza prendervi rimedio, per mortificare la loro carne e partecipare in certo modo ai dolori e alla passione di Cristo, e che dei loro dolori sono contenti, perché ne traggono un profitto spirituale.
   Ancora: perché sia evidente che la salute del corpo e la vita non hanno poi tanto valore da obbligarci ad usare tante industrie per procurarle e conservarle, come alcuni credono, i teologi fanno il seguente caso: C'è pericolo di morte, se non si fa l'amputazione di un braccio o di una gamba; è obbligato il paziente a lasciarseli amputare? I teologi rispondono di no e ridanno la risposta già riferita precedentemente: «Non son di tanto valore la salute e la vita» da essere obbligati a soffrire tanto dolore per esse. Inoltre i teologi affermano che non si è obbligati a far uso di medicine per prolungare l'esistenza, anche se si sa che senza di esse la si abbrevia. Allo stesso modo, se i medici dicessero di purgarsi ogni mese o ogni anno, o di prendere questa o quella cura o di recarsi qua e là per le acque: non si è obbligati ad obbedire anche con la certezza di morire dieci anni prima.
   E aggiungono che, pur sapendo che bevendo vino e bibite gelate si vive di meno, non si commette peccato mortale se non se ne fa a meno. Applichiamo ora tutto ciò al nostro caso. Se per godere una golosità, per bere una bibita ghiacciata o per un altro diletto simile gli uomini non tengono conto della loro salute, né si curano di allungare la loro vita e non sono da condannare, perché il religioso dovrebbe avere tanta cura della sua salute e mandare a rotoli l'osservanza per la pura immaginazione che questo gli nuoce e quello gli giova? Concediamo pure che non si tratti di immaginazione, ma di pura verità. Mettiamo in un piatto della bilancia tale necessità e il profitto che ne può trarre (sebbene esso sia incerto, e ciò può essere un'altra buona ragione in nostro favore), e nell'altro piatto l'inquietudine, il fastidio suo ed altrui, la mancanza di edificazione e gli altri inconvenienti che ne seguono, e vedremo come questo è incomparabilmente più pesante. Quello che i laici fanno e che forse hai fatto anche tu per godere di un diletto o di una golosità, non sarà fatto più ragionevolmente per godere della vita comune, per vivere al passo degli altri, per non scandalizzare i fratelli?
   Per lo meno, da tutto questo dobbiamo trarre la conclusione che non siamo obbligati a procurarci tali comodità. Per quanto si riferisce allo scrupolo, si può stare ben certi che non è il caso di averne, anche se si facesse molto meno di quello che si fa, quando lo si fa male, sia in tempo di buona salute che durante la malattia. Quand'anche si dovesse soffrire qualche cosa, sarà sempre più perfetto sopportarlo in spirito di penitenza che cercare delicatezze e comodità, o andar lamentandosi del fatto che non c'è chi si prende cura; Dio non vuole che facciamo tanto caso della salute.
   Commentando le parole di Cristo: «Chi amerà disordinatamente la sua vita, la perderà, e chi l'odierà e disprezzerà per amor mio, la ritroverà nella vita eterna» (Matth 16, 25). S. Bernardo dice: Ippocrate e i suoi seguaci insegnano a salvare la vita in questo mondo; Epicuro insegna ad amare il piacere e a ricercarlo con premura; Cristo nostro Redentore ci insegna a perdere la vita e a disprezzare i diletti del corpo e a tenerli in poco conto per il bene dell'anima. Quali di tali maestri volete seguire? volete essere discepoli di Ippocrate, di Epicuro o di Cristo? (Serm. 30 in Cant., c. 10). Possiamo aggiungere che l'esperienza c'insegna che coloro che vanno in cerca di tali delicatezze, son sempre infermicci e pieni di acciacchi, e molte volte perdono la salute proprio con gli stessi mezzi con cui vorrebbero acquistarla. E al contrario, coloro che pongono tutta la loro fiducia in Dio e nell'obbedienza e seguono in tutto la vita della comunità, son sani e si adattano a tutte le austerità della vita religiosa. La Sacra Scrittura dice che il volto di quelli che mangiavano legumi e non bevevano vino «apparve più bello e il loro aspetto più prosperoso di tutti i giovani che mangiavano le vivande del re» (Dan 1, 15).
   Cassiano dà qui un altro avvertimento molto opportuno (De instit. renunt., l. 5, c. 23). Ci sono alcuni che ambiscono a tali singolarità non per necessità, quanto per presunzione e superbia, stimando che cresca così la loro autorità. Desiderano che si facciano delle differenze e che si abbia di essi più cura che degli altri, perché sono anziani, o predicatori, o maestri. Questi tali non saranno mai uomini spirituali, né si segnaleranno per la loro virtù. Quegli antichi Padri che risplendevano come luminari della disciplina religiosa nella Chiesa di Dio erano zelantissimi della vita comune e nemici delle singolarità: devono essere essi i nostri modelli.
   Non vogliamo con ciò ottenere il risultato che qualcuno si astenga dal far conoscere al superiore il suo bisogno, perché è evidente che dove ci sono molti uomini non possono mancare quelli che hanno delle particolari necessità, né tutti possono avere la stessa salute e le stesse energie fisiche; è anche opportuno che ciò si sappia da tutti e che nessuno prenda occasione da quanto abbiamo detto più su per giudicare gli altri, ma piuttosto quando vedesse qualche singolarità sappia comprendere che ci dev'essere una necessità e compatire il malato. S. Bernardo ci avverte: Non siate come taluni che invidiano quelli che dovrebbero compatire! Avviene che costoro, vedendo un piatto migliore dinanzi ad un altro o che è trattato meglio in qualche altra cosa, lo invidiano quando dovrebbero compatirlo, e lo giudicano più fortunato, mentre quel poveretto si considera più misero per il fatto che ha bisogno di tante cose e non può seguire la vita comune: ciò che fa soffrire più della stessa malattia (Serm. 1 de altitud. et bassitud. cordis, n. 1 e 2).
   Pertanto, come non invidieremmo quel poveretto né mormoreremmo di lui, ma proveremmo pena perché ha bisogno di molte medicine e delle più costose, così se sapessimo comprendere quanto quello soffre per le singolarità di cui è oggetto, non solo non lo invidieremmo e ne proveremmo compassione, ma anche ringrazieremmo Dio che non ci mette nella necessità di una superalimentazione, di maggior riposo, di un vestito più caldo, ma ci fa vivere in tutto e per tutto come gli altri. E S. Bernardo dice che chi fa attenzione alle singolarità che si usano per gli altri mostra di avere pensieri vili e il cuore inclinato alla sensualità e al piacere.
   E conclude con un pensiero che servirà anche a me di conclusione. Non dico ciò fratelli miei, perché ho da lamentarmi di qualcuno su questo punto, ma per prevenirvi con la mia ammonizione, essendoci tra voi qualcuno un po' delicato, a cui è necessario usare qualche dispensa, sia per l'età che per la fragile complessione. Ma ringrazio Iddio, perché vedo molti così desiderosi di progredire e così lontani da tali bassi pensieri, che senza badare ai fragili che si trovano tra loro e senza neppure accorgersi delle dispense di cui sono oggetto, hanno lo sguardo sempre fisso su se stessi e si lamentano di far meno degli altri; essi stimano tutti gli altri migliori e superiori a sé e mettono così in opera il consiglio dell'apostolo S. Paolo (Cfr. Philip 2, 3).
   Aggiunge ancora un altro consiglio: è cosa ottima fissare lo sguardo su quelli che avanzano con fervore e sono quasi i modelli della comunità per imitarli, senza badare a quelli che hanno bisogno di particolarità. E riferisce un episodio accadutogli con uno dei suoi monaci e che lo riempì di gioia. Quel monaco, venne a lui, a prima mattina, e prostrandosi ai suoi piedi, gli disse: Poveretto me! Padre, questa notte a mattutino ho contato in un mio confratello trenta virtù, mentre io non ne ho neppure una!
   È veramente un bell'esercizio notare le virtù dei confratelli! Sia questo il frutto del nostro sermone, dice il santo, considerare negli altri sempre l'altezza delle loro virtù e non quel che c'è di imperfetto e difettoso; e in noi non quello che può essere oggetto di vana presunzione, ma di vera umiltà. Perché, che valore ha che tu possa digiunare o lavorare più di un altro, quando l'altro ti supera nella virtù, se è più umile o più paziente o più caritatevole? D'ora in avanti notate sempre nei fratelli il bene che c'è in loro e non in voi, e in voi quanto manchi per raggiungere la perfezione. In questo ci conserveremo nell'umiltà e nella carità e progrediremo nella vita religiosa.

[Brano tratto da "Esercizio di perfezione e di cristiane virtù" di Padre Alfonso Rodriguez].